Katyn-2
Le pareti dell’ambasciata polacca ricoperte di fiori. In televisione, in prima serata, il film “Katyn”. Il lutto nazionale proclamato nell’intero Paese. Putin che si occupa personalmente del rimpatrio delle salme, e le condoglianze in polacco sul sito del Presidente Medvedev.
Per la prima volta in molti anni, non mi vergogno del mio Paese.
Se ci fossimo sempre comportati in questo modo, non ci sarebbero state né la guerra di agosto, né la guerra del gas, né Katyn-2, e la Russia godrebbe, nelle sue ex-colonie, dello stesso rispetto di cui godeva l’Impero Britannico.
Immaginate cosa sarebbe accaduto se, poco prima delle elezioni presidenziali, il Primo Ministro Putin avesse deciso di dare il colpo di grazia all’impopolare e debole Jushenko togliendogli la sua carta vincente, il suo cavallo di battaglia: l’Holodomor (la grande carestia del 1932). E avesse deciso di riconoscere la diretta responsabilità di Stalin per l’Holodomor…alla presenza del Primo Ministro Timoshenko.
E se loro due si fossero recati, tre giorni prima della data della celebrazione, sui luoghi simbolo della carestia. E se non avessero invitato Jushenko perché, effettivamente, non ce ne sarebbe stato motivo: un vero e proprio colpo di grazia alle quotazioni di Jushenko. Fargli fare la figura del nazionalista mediocre, incapace di negoziare. E se Putin avesse addirittura fornito l’apparecchiatura necessaria per garantire la sicurezza del volo, dato che l’aeroporto in cui sarebbero atterrati è poco più di un malmesso aeroporto militare.
Immaginate cosa sarebbe accaduto se tutti i giornali avessero scritto che Putin si fosse pentito per l’Holodomor. E poi, dopo alcuni giorni, fosse arrivato in quello stesso aeroporto, ormai già deserto, il ridicolo, inutile presidente Jushenko, che i due premier non avevano invitato per le celebrazioni di quell’Holodomor che lui considera da sempre il suo personale cavallo di battaglia.
E poi, lo schianto dell’aereo di Jushenko.
Immaginato? Bene, sostituite “Ucraina” con “Polonia” e otterrete quello che è realmente accaduto. (Il fatto che sia stata portata e poi, verosimilmente, portata via, una qualche attrezzatura volta a garantire la sicurezza del volo è stato menzionato solamente una volta nel corso della trasmissione “Exa Moskvy” (L’eco di Mosca), da un pilota.)
Le relazioni tra la Russia e la Polonia, due nazioni slave, di cui una perse la sua lotta per l’egemonia grazie alla sua anarchia, e l’altra schiacciò la prima grazie all’autocrazia, negli ultimi trent’anni erano particolarmente cattive. Il governo russo perseguitava i polacchi, li impiccava, li mandava in Siberia e tentava di portarli dalla propria parte. Il potere russo non faceva solo una cosa: non li odiava.
I popoli non odiano mai coloro che conquistano. Li odiano solo quando li stanno conquistando.
Tutto questo è cambiato con Putin: nelle azioni del Cremlino è diventata sempre più evidente uno strisciante e ripugnante odio nei confronti delle ex-colonie russe. Nei confronti della Polonia, della Georgia, dell’Ucraina. Il 4 novembre, data alquanto sospetta (in cui si racconta che i polacchi siano stati cacciati dal Cremlino) all’improvviso, dopo quasi 400 anni da questo avvenimento da molto tempo dimenticato, è stata dichiarata festa nazionale e, non a caso, ma nella migliore tradizione del bipensiero, è stata proclamata per quel giorno la festa della riconciliazione e della concordia.
Poi c’è stato l’episodio spiacevole dell’aggressione da parte di teppisti polacchi dei figli di diplomatici russi. Si aveva l’impressione, che al Cremlino avessero frainteso il significato della parola “Impero”. L’Impero c’era quando Suvorov trasformava i sobborghi di Varsavia in un lago di sangue. Ma quando persone appositamente addestrate aggrediscono dei diplomatici per le strade di Mosca, non si parla più di “Impero”. Si parla di teppismo.
Ovviamente, la questione principale all’interno dei rapporti tra i due Paesi rimaneva Katyn. Le autorità russe si comportavano con i discendenti dei polacchi uccisi in modo insolente, come con i discendenti dei medici investiti dal vice-presidente della Lukoil sul Leninskij Prospekt.
Nel 2006, il Procuratore generale respinse le richieste dei discendenti dei polacchi giustiziati, rifiutandosi di presentare al processo il materiale riguardante l’episodio, affermando che gran parte dei 183 tomi riguardanti l’accaduto erano classificati come “top secret”. Nell’ottobre del 2008, la corte distrettuale di Khamovnicheskyj e in seguito la Corte Suprema della Federazione Russa nel 2009 negarono l’accesso ai documenti sull’accaduto. I discendenti delle vittime si rivolsero allora a Strasburgo, e il Procuratore generale inviò un documento assolutamente straordinario, da cui si comprendeva che nessuno aveva dimostrato al procuratore che a Katym fosse stato giustiziato qualcuno. (“E’ stato impossibile ottenere delle informazioni relative all’attuazione dell’ordine di fucilare delle persone in quanto tutti gli appunti a riguardo sono stati distrutti e non è stato possibile ricostruirli”).
Allo stesso tempo, i mass media controllati dal Cremlino portavano avanti un’offensiva su due fronti. Ai lettori russi veniva ripetuto che, innanzitutto, la questione su chi aveva ucciso quei polacchi era “ancora aperta”, che non era il caso di “affibbiare delle etichette” e che si sarebbe dovuto “aprire un dibattito serio” per determinare chi, tra Stalin e Hitler, avesse ucciso quegli ufficiali polacchi. In secondo luogo, gli esperti di public relations del Cremlino continuavano a ripetere che Katyn era una vendetta per i soldati dell’Armata Rossa morti nei campi di prigionia dopo la guerra con i “polacchi bianchi”.
Nell’intervista con Natal’ja Narochnizkaja alla “Komsomol’skaja Pravda”, pubblicata alla vigilia della visita di Putin in Polonia, e che suscitò in Polonia uno scandalo senza precedenti, veniva affermato, tra l’altro, che i campi di prigionia polacchi avevano ispirato i campi di concentramento nazisti. Come dire: noi non abbiamo ucciso polacchi, e comunque, non c’è niente da aggiungere a riguardo.
E poi, all’improvviso, tutto questo, come per incanto è finito. In televisione, al posto della Narochnizkaja, mandavano in onda “Katyn” di Wayda, e Putin si recava a Katyn con Donald Tusk.
Cosa era successo?
La risposta a questa domanda arrivò dal “The Wall Street Journal” dell’otto aprile 2010, ossia del giorno successivo alla visita a Katyn di Putin e Tusk.
“L’intero settore dei produttori di gas polacchi e i rappresentanti degli Stati Uniti per il settore energetico si sono incontrati alla conferenza sul gas di scisto sponsorizzata da Chevron, ExxonMobil e Halliburton.I giganti del gas statunitensi inizieranno nelle prossime settimane delle perforazioni di sondaggio per cercare giacimenti di gas di scisto. Qualora queste trivellazioni dovessero avere degli esiti positivi, la politica energetica polacca, i suoi problemi ambientali e la sua politica estera potrebbero cambiare radicalmente”.
Ed eccola, la vera risposta alla domanda. L’intera politica neoimperialista della Russia si basa sul “gas pacifico” e sul fatto di poter pompare il gas nei suoi gasdotti attraverso la Polonia e attraverso l’Ucraina.
E nella primavera del 2010, il Cremlino ha improvvisamente compreso che il gas di scisto avrebbe bruscamente messo fine al “pacifico gasdotto” e, se non fossero state prese delle misure in tempi rapidi, la Polonia avrebbe iniziato ad esportare gas in Europa. Bisognava pertanto portare i vertici dello Stato polacco dalla propria parte, in quanto l’estrazione del gas di scisto è una questione prettamente politica, il cui destino sarebbe dipeso quasi totalmente da quale partito avrebbe vinto le elezioni.
“Diritto e giustizia”, il partito di Lech Kaczynski, fervente nazionalista, populista, anticomunista; un uomo per cui Katyn è una battaglia personale e che ogni anno si reca personalmente a Katyn in visita privata. Oppure la “Piattaforma civica” di Donald Tusk, un uomo razionale e pragmatico, pronto a stringere alleanze con tutti, ad esclusione, forse, del presidente Kaczynski, al quale pare non rivolga neanche la parola.
E a tre giorni dalla data delle celebrazioni per le vittime del massacro di Katyn i due primi ministri, Putin e Tusk, si sono recati a Katyn. Sono arrivati tre giorni prima proprio per non invitare il presidente Kaczynski e per avere la possibilità di evitarlo.
E lì, Putin, davanti alle telecamere, si è messo in ginocchio, e ha chiesto perdono. E il mondo è rimasto così colpito, che nessun mass media occidentale ha fatto caso alla piccola postilla riguardante i soldati dell’armata rossa morti nei campi di prigionia polacchi (io e i miei amici avevamo scommesso che Putin non avrebbe rinunciato a quella postilla).
E tre giorni dopo, nel giorno delle celebrazioni vere e proprie, arriva a Katyn il presidente Kaczynski- impopolare, accanito nazionalista, che i sondaggi davano per sconfitto contro qualunque avversario si fosse presentato alle elezioni. Ha portato con sé l’intera élite polacca, nella speranza di screditare agli occhi del disprezzato Putin l’odiato Tusk, ma è ben consapevole del fatto che la sua visita non sortirà alcun effetto, poiché Putin e Tusk hanno già catalizzato tutta l’attenzione mediatica sul loro incontro di tre giorni prima.
Ed è per questo che quando gli comunicano il problema, “nebbia”, ovviamente dà l’ordine di atterrare. Perché è già accaduto, durante il conflitto russo-georgiano, che il Presidente polacco volasse, con il Presidente dell’Ucraina, dell’Estonia e della Lituania, a Tblisi, e gli venisse detto che i russi avrebbero potuto abbattere l’aereo e che quindi sarebbero dovuti atterrare in Azerbaidzhan.
E in quell’occasione, il Presidente aveva preso una decisione adatta al suo ruolo: aveva dato l’ordine di atterrare a Tblisi. E il comandante dell’aereo aveva preso l’unica decisione che ci si aspetterebbe da un comandante d’aereo: aveva fatto atterrare l’aereo a Baku. In quell’occasione, Kaczinski intervenne al meeting affermando:”Oggi la Georgia, domani l’Ucraina, dopodomani gli Stati baltici e poi, probabilmente, il mio stesso Paese.”, e il Ministro degli esteri polacco aveva dichiarato che si trattava esclusivamente di “opinioni personali” del Presidente Kaczinski. Il primo ministro Tusk, fra le leggi sensate su cui il Presidente Kaczinski continuava a porre il veto, aggiunse la proposta di conferire un riconoscimento al pilota per il suo atterraggio a Baku.
E la mattina del dieci aprile, sapendo che la Russia non aveva alcuna intenzione di accoglierlo, il Presidente polacco non poteva non dare l’ordine di atterrare. Non era né testardaggine, né capriccio del padrone: è solo in Russia che diplomatici ubriachi si precipitano, mentre cacciano gli uriali dall’elicottero. Questo era il risultato a cui poteva giungere un uomo anticomunita, nazionalista, un nuovo Kostjushko, un nuovo Sikorskij; un uomo in cui riecheggiavano ancora gli smembramenti della Polonia del 1772, del 1793, del 1795 e del 1939, le rivolte del 1794, del 1830 e del 1836, il patto Molotov-Von Ribbentrop e Katyn, la rivolta del ghetto di Varsavia e Solidarnosc. Questo era quello che pensava il Presidente Kazcinski della Russia.
Kacynski non credeva alla “nebbia”. La “nebbia”, per lui, era solo il benvenuto politico di Putin, che alla vigilia delle elezioni aveva stretto un’alleanza con Tusk, proprio come Caterina aveva assoldato Branicki o Potozkij – tra le canaglie dell’aristocrazia polacca c’era sempre qualcuno sufficientemente bramoso di ricevere dalla corona russa il grado di generale d’infanteria.
E invece la nebbia era semplicemente nebbia. A volte, la nebbia è semplicemente nebbia. Anche lì, in quella terra maledetta.
Julia Latynina, 13 aprile 2010.
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