Maksim Litvinenko: Putin è come Saddam Hussein
La famiglia di Aleksandr Litvinenko, il dissidente ed ex agente dell’Fsb (Servizio di Sicurezza federale) morto a Londra nel novembre 2006 per avvelenamento da polonio 210, ha ottenuto dal governo italiano la protezione sussidiaria. “Ma noi sogniamo un giorno di tornare in Russia. In una Russia dove venga fatta giustizia. Perché Putin è come Saddam Hussein e deve essere processato proprio come è successo al presidente iracheno”.
A parlare è Maksim Litvinenko, fratello dell’ex spia russa, che in un’intervista ad AnnaViva racconta la difficile battaglia della sua famiglia dalla morte di Aleksandr alla richiesta di asilo politico in Italia.
Maksim, vi è stato concesso l’asilo politico?
La notizia ci è stata data proprio in questi giorni. La questura di Ancona ha appena notificato per mio padre, mia madre e mia sorella la protezione sussidiaria. Non è stata accolta la nostra richiesta di asilo politico, ma siamo comunque soddisfatti. Il sussidio, infatti, è valido per tre anni, ed è rinnovabile. Il marito di mia sorella e il loro figlio, che è maggiorenne, hanno invece ottenuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Grazie a questo potranno iniziare a lavorare.
La situazione si sia sbloccata solo dopo l’appello che nei giorni scorsi suo padre ha rivolto alla società civile?
Non so se sia merito dell’iniziativa di mio padre. So solo che lui e mia sorella hanno deciso di scrivere per far conoscere a tutti la nostra situazione. Io sono in Italia da 10 anni, sono arrivato qui con un permesso di studio. La mia famiglia mi ha raggiunto due anni fa, nell’aprile 2008 e ha fatto subito richiesta di asilo politico. Abbiamo investito tutti i nostri risparmi nella gestione di un ristorante a Rimini, ma la nostra avventura è finita male. Una sera si è presentata la polizia locale e ha minacciato di farci chiudere il locale. Hanno detto che avevamo la musica alta dopo mezzanotte, ma noi l’avevamo già spenta da più di un’ora; in quella situazione di tensione un poliziotto ha dato una spinta a mia sorella che è caduta a terra e ha battuto la testa. Ci è stata anche notificata una multa salata perché un terzo del locale risultava abusivo, ma noi eravamo solamente i gestori del ristorante, non i proprietari. E dopo la multa non ci è stato più possibile rinnovare il contratto. In quel progetto avevamo investito tutti i nostri risparmi e abbiamo perso tutto.
Perché siete andati via dalla Russia?
I nostri problemi sono iniziati nel 2000, quando io avevo 17 anni. Aleksandr aveva scoperto attraverso alcune indagini che gli attentati che avevano colpito il Paese l’anno precedente erano stati orditi dal governo russo per giustificare la Seconda Guerra cecena. Da quel momento in poi è diventato difficile restare in Russia. Eravamo costantemente minacciati, il telefono squillava in continuazione. Eravamo vittime di continue pressioni. La polizia veniva a casa e perquisiva il nostro appartamento alla ricerca di non sappiamo cosa. Eravamo trattati come nemici del popolo. E siamo rimasti soli. Anche i nostri parenti e amici si sono allontanati per non avere problemi e per non subire ciò che subivamo noi.
E’ stato proprio mio fratello a consigliarmi di andare studiare all’estero. Ed io ho scelto l’Italia perché la mia università era gemellata con quella delle Marche.
Di cosa si occupava Aleksandr Litvinenko?
Era un agente dell’Fsb, ma non era a conoscenza dei segreti di Stato. Lavorava nel reparto che si occupa della lotta al banditismo e contro le mafie.
Dal 2000, invece, lottava in difesa dei diritti umani; si batteva per i diritti dei rifugiati politici e del popolo ceceno. Aleksandr combatteva contro il sistema Putin. Nonostante le continue pressioni, la sua famiglia lo ha sempre sostenuto. Perché crediamo che si debba sempre fare la cosa giusta, anche a costo di lottare contro il sistema. L’importante è avere la coscienza pulita e noi ce l’abbiamo.
Sognate di tornare nella vostra vecchia casa?
Siamo patrioti e speriamo un giorno di poter fare ritorno in Russia. Ma non oggi, prima deve cambiare il sistema. Però abbiamo fiducia nell’attuale presidente Dmitrij Medvedev. E’ vero, proviene dalla scuola Putin, ma c’è la speranza che si ripensi a ciò che è successo. C’è la speranza che venga fatta giustizia in nome degli attentati, degli omicidi e della guerra cecena.
Intervista di Pamela Foti e Anna Agliati
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