In ricordo di Natalia Estemirova
Natalia Estemirova è stata uccisa il 15 luglio 2009 a Groznyj, in Cecenia. Rapita sotto casa, in pieno giorno, con una macchina dalla targa non oscurata, di cui ora nessuno ricorda il numero. Nel momento in cui le tappavano la bocca e la infilavano a forza nella macchina lei è riuscita a gridare: Aiuto! E’ un rapimento! Ma nessuno ha dato l’allarme.
Storica di formazione, insegnante di liceo a Groznyj, impegnata nel Memorial ceceno e giornalista, Natalia è l’ennesima vittima del tritacarne ceceno. Aveva conosciuto Anna Politkovskaja e, recentemente, era stata insignita del premio in onore della giornalista uccisa tre anni fa a Mosca. Era stata anche sua accompagnatrice e interprete. Il suo assassinio ha suscitato emozione e sdegno all’estero, come l’aveva suscitato quello di Anna Politkovskaja. Molto tiepida la reazione in Russia. Dopo l’uccisione di Anna, il presidente Putin disse (o fece capire) che la giornalista della Novaya Gazeta la morte se l’era cercata. Alle sue esequie erano presenti poche persone, tra cui delegati e giornalisti stranieri. In altre parole, in Russia il fatto non aveva suscitato emozione. O nessuno aveva avuto il coraggio di esternarla. La stessa cosa ora: con la differenza, non si sa quanto importante, che questa volta il presidente russo Medvedev si è detto indignato e che alla manifestazione organizzata sulla piazza Pushkin erano presenti, sì, poche decine di persone, ma gli agenti si sono tenuti a una certa distanza e non hanno chiesto i documenti. Entrambe le circostanze non credo che significhino molto. Significa invece che per l’opinione pubblica russa, a cominciare dagli intellettuali, studenti, professori e, più in generale, dagli abitanti della capitale, questo delitto, se pure ne hanno avuto notizia, è un evento remoto, per di più avvenuto nel Caucaso, terra di montanari da sempre ostili all’autorità centrale russa. A Groznyj un altro centinaio di persone ha sostato in silenzio vicino a Memorial.
Natalia Estemirova è ricordata come una donna mite ma molto determinata. Era contraria alle battaglie politiche, perché riteneva di avere altri compiti: per esempio, quello di aiutare la popolazione ad ottenere giustizia, denunciare gli abusi, salvare i rapiti. Scriveva anche per la Novaya Gazeta (ora il direttore del giornale, Muratov, ha deciso di sospendere l’invio di giornalisti in Cecenia) e in questi giorni sono riapparsi alcuni suoi servizi, pubblicati a partire dalla fine del 2007.
Il 22.08.2008 raccontava dell’inaugurazione dell’”ipermoderno,sfarzoso palazzo comunale” costruito con materiale di pregio proprio nel luogo dove una volta sorgeva un centro per l’infanzia. Della ricostruzione del centro non si hanno notizie. O ancora, qualche mese più tardi: “Con grande pompa hanno inaugurato la nuova moschea, la cui illuminazione costa cifre da capogiro, e il palazzo del governo. Quest’ultimo sorge nel luogo dove era un tempo un parco pubblico, trasformato poi in cimitero. Nel 2006 hanno esumato le salme e le hanno buttate da qualche parte fuori città, senza che sia stato consentito di identificarle”. Natalia aveva i suoi principi: da quando la via centrale di Groznyj, viale della Vittoria, era stata rinominata viale Putin su quel viale lei non aveva più messo piede. Una protesta personale, magari inutile, ma che diceva molto della sua personalità. Come il suo rifiuto di entrare negli edifici pubblici da quando con la proclamazione della repubblica islamica era stato fatto obbligo alle donne di coprirsi la testa.
Natalia, che abitava con la figlia sedicenne nell’unica stanza di una palazzo sforacchiato dalle bombe, che scendeva in strada a balzi perché le scale erano quasi distrutte, più volte aveva chiesto: da che parte sta il potere? dei torturatori o dei torturati? non soltanto il potere di Kadyrov, ridicolo ancor che sanguinario burattino, ma del burattinaio e dei suoi rappresentanti in Cecenia. Erano proprio figure come quella di Natalia che lasciano intravedere la possibilità di un futuro. Come quella di Anna Politkovskaja, e dell’avvocato Stanislav Markelov, che era riuscito ad ottenere la condanna di un poliziotto russo, responsabile del rapimento e dell’uccisione di una ragazzina. Il suo gesto era stato tanto più coraggioso se si pensa che il giudice chiamato a emettere la sentenza era intervenuto più volte in difesa dell’imputato; questo al giovane avvocato era costato la condanna a morte. “L’uccisione di Markelov è una dichiarazione di guerra. Resta da chiedersi da che parte sta lo stato”, aveva scritto la Estemirova.
Da che parte sta lo stato, ossia l’autorità centrale russa, quella che ha insediato Kadyrov e che va rassicurando che in Cecenia i ribelli sono ridotti a poche decine. Cercare di disegnare la situazione può aiutare a uscire dai luoghi comuni.
Gli antefatti sono molti, quelli ufficiali sono noti: all’indomani della fine dell’Unione Sovietica, la Cecenia, come molte altre repubbliche, rivendicò l’indipendenza al posto dell’autonomia proposta dal governo centrale. Nel 1994 ebbe inizio la prima guerra cecena, che ufficialmente terminò nel 1996, dopo l’uccisione di Dudaev, il presidente della repubblica della Ishkeria, nella quale si era riconosciuta buona parte degli indipendentisti . Nel 1999, in seguito ad una serie di azioni terroristiche compiuti nelle città russe, e in particolare a Mosca, nelle quali non è esclusa ci sia stata la mano del governo centrale russo, ebbe ufficialmente inizio la seconda guerra cecena, condotta con metodi ancora più feroci della prima. Con questa seconda guerra Putin voleva riaffermare la supremazia dell’autorità russa, fortemente scossa a partire dalla fine dell’URSS e orientare la popolazione, provata dalla crisi economica, verso avversari tradizionalmente ostili al potere centrale. Con la guerra ebbe inizio anche la caccia al caucasico, che ben presto si trasformò anche in una caccia allo straniero, ovvero al diverso.
Al tempo della prima guerra molti militari dell’esercito ex sovietico, di nazionalità cecena, erano andati a formare il nucleo combattente dei ribelli, con un ruolo spesso non chiaro I gruppi di ribelli erano molto vari e, cosa più importante, strutturati sul principio del clan: ognuno riconosceva solo il potere del proprio capo clan; tra i clan potevano esserci alleanze, ma sempre temporanee e strategiche. I rapporti con Mosca erano molto complessi, ma anche questa poteva essere vista come un clan. I gruppi si ritrovavano spesso tra più fuochi, e ognuno non perdonava le concessioni fatte all’altro. Chi avrebbe potuto mediare tra le diverse fazioni veniva prima eletto, poi ucciso.
Figure come quella del comandante Dudaev, uomo di cultura e di azione che si era guadagnato il favore anche di capi guerriglieri come Shamil Basaev, erano malvisti dal potere centrale proprio per il prestigio di cui godevano sul territorio. Dopo la sua uccisione, erano ricominciate con maggiore intensità le stragi, le retate di massa, le sparizioni di giovani e dei loro familiari. E con questo aveva ripreso fiato anche l’opposizione armata, nelle cui file si infiltravano anche uomini appartenenti a clan diversi. Nel 2000 Mashkadov, il presidente eletto dopo Dudaev, avviò colloqui segreti con Basaev. I colloqui durarono sei giorni e furono interrotti dall’irruzione, preceduta da violente esplosioni, delle forze governative russe. Entrambi i negoziatori restarono uccisi
L’attacco alle Torri gemelle fu un’occasione per accentuare la repressione, nel nome della lotta contro il fondamentalismo e al-Queida, divenuto ormai elemento dirompente in ogni scontro dove partecipassero musulmani. Gli atti terroristici presero a succedersi con una frequenza inquietante, mentre le autorità centrali non danno spiegazioni. Il 2002 è l’anno dell’attentato al teatro Nord-Ost di Mosca: 50 terroristi, di cui molte donne, sequestrano gli spettatori del teatro durante uno spettacolo. Ci furono varie centinaia di vittime, per lo più uccise da un gas misterioso, usato dalle forze speciali per snidare i sequestratori. Ma tra questi alcuni (si parla addirittura di 12) riuscirono a fuggire facendo perdere le tracce. Anche questo è strano, perché nel frattempo la zona era stata completamente circondata. Il 1 settembre 2006, giorno dell’apertura delle scuole, a Beslan, in Ossezia, muoiono centinaia di persone, di cui moltissimi bambini, nell’attentato alla scuola. Anche in questo caso molte circostanze restano oscure, a cominciare dal numero dei sequestratori. Anna Politkovskaja, che aveva cercato una mediazione durante l’assedio al teatro, parte ora in aereo per Beslan, ma è vittima di un misterioso avvelenamento e viene ricoverata d’urgenza in un ospedale.
Nel 2004 muore in un attentato il presidente della Cecenia, Achmat-Chadzi Kadyrov, insediato dal governo centrale dopo l’uccisione di Mashkadov; il figlio Ramset era addetto al servizio di sicurezza, ma non si è accorto di nulla. Forse Mosca aveva già visto in lui un uomo più sicuro del padre. Ramset Kadyrov, designato presidente nonostante non abbia ancora l’età prescritta, inaugura una politica in piena armonia con l’autorità russa; è lui la persona di cui Putin ha bisogno come esempio di spietatezza e di fedeltà. E gli effetti gli danno ragione; tanto che dopo vent’anni di stragi, torture, rapimenti, uccisioni, Putin può diffondere alla Russia e al mondo che la guerra in Cecenia è stata vinta.
Ma è vinta? e a quale prezzo?
Un’attivista per i diritti umani qualche anno fa mi diceva che Kadyrov è, sì, riuscito a convincere molti giovani a non entrare nella guerriglia, offrendo delle opportunità di lavoro. Abbiamo visto in questi giorni a Teheran quali possono essere questi lavori, specialmente per i meno acculturati e più fanatici. I miliziani sono un’arma molto potente dei regimi autoritari. In Iran girano su moto di grossa cilindrata, vestiti di nero e con in mano randelli o pistole. In Cecenia portano, talvolta, l’uniforme mimetica e girano armati su macchine potenti. Il loro compito è terrorizzare, rapire, uccidere.
La milizia russa opera insieme alle guardie del popolo (non so se si chiamano così) governative e i delitti restano impuniti. Ovunque comandano droga e danaro. Si massacra per la spartizione di ricchezze, di pozzi petroliferi, di armi. I rapimenti e gli stupri, quando non sono gratuiti, hanno lo scopo di eliminare testimoni scomodi. O, in altri casi, i componenti di bande rivali Ne ha scritto più volte la scrittrice e giornalista Julija Latynina.
Ramset Kadyrov e la sua banda hanno alzato il tiro e non è neppure chiaro fino a che punto il presidente ceceno riesca a controllare la situazione, ammesso che voglia farlo. E’ stata proclamata la repubblica islamica (il che spiega la pomposa moschea), nel senso che gli uomini conservano il diritto ad avere due mogli nel ruolo di schiave, a ripudiarle se ne desiderano una terza.
La città di Groznyj ora è stata imbellettata, sono stati pomposamente inaugurati molti edifici pubblici, ma le rare immagini che ci giungono da quella città (tra queste dall’ultimo film di Sokurov, Aleksandra), mostrano edifici sventrati e crivellati dalle cannonate, bambini che giocano tra le macerie, dove anche l’acqua corrente e l’elettricità sono una conquista. Nel mese di giugno hanno avuto luogo 18 attentati, nella prima metà di luglio 14. Di questo nessuno deve parlare, perché il paese è “pacificato”. E cosa succede nei villaggi, dove abita gran parte della popolazione? Centoroj, e l’adiacente Alleroj, da dove proveniva Mashkadov, ha scritto Natalia Estemirova, sono feudi di Ramsad Kadyrov. Nessuno vi può entrare o uscire, a meno di non possedere un lasciapassare, rilasciato, naturalmente, dagli uomini di Kadyrov. Negli ultimi mesi 4 giovani di questi villaggi, alcuni dei quali parenti di Kadyrov, si sono dati alla macchia. E le loro case sono state incendiate. La legge dell’affiliazione ha preso il sopravvento su quella del clan familiare.
La popolazione è costantemente vittima di violenze inenarrabili. I genitori di 100 giovani datisi alla macchia sono stati convocati al Ministero degli Interni ceceno e minacciati di vedere la loro casa data alle fiamme se non riveleranno il nascondiglio dei figli. E’ così che gli abitanti dei villaggi diventano banditi.
In questo clima di violenza continua, di assenza dei più elementari diritti, alcuni, sempre meno, si battono perché gli abusi, i rapimenti vengano denunciati. Uno dei compiti di Natalia Estemidova era di convincere i parenti delle persone rapite a denunciarne immediatamente la scomparsa. Questo era l’unico modo per tentare di salvarle: se si agiva subito e si chiedeva che la persona fosse restituita, in cambio del ritiro della denuncia. Forse lei era la prima a non credere che si potesse far valere i propri diritti; ma sapeva anche che bisognava fare tutto il possibile per salvare chi era stato prelevato con la forza, e forse ora era già sotto tortura.
Natalia Estemidova era una donna molto bella ed elegante, sorridente. Quando Kadyrov aveva dichiarato la fine delle operazioni anti-terroristiche, lei ci aveva creduto, e aveva rilasciato un’intervista piena di ottimismo al canale Echo. Evidentemente si era sbagliata; il terrore ora non è ufficiale, ma ancor più spaventoso.
Francesca Fici
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