Sergei Protazanov: un altro giornalista russo di opposizione ucciso nell’era Putin.

S. Protazanov, giornalista del “Grazhdanskoe Soglasie” (Consenso Civile) della città di Khimki, nell’interland moscovita, è l’ennesimo giornalista ad aver pagato con la vita il prezzo della propria missione professionale.

Mentre le autorità attribuiscono la sua morte ad un abuso di sostanza stupefacenti, altre voci riconoscono uno stretto legame tra la sua morte e il fatto che Protazanov stesse per pubblicare un’inchiesta sulle frode elettorali in cui era coinvolto lo stesso sindaco della cittadina di Khimski. L’uomo, incapace di difendersi - perché invalido - dall’aggressione subita domenica scorsa da sconosciuti, è deceduto a casa sua dopo essere stato dimesso immediatamente dall’ospedale.
Non sembra sia una coincidenza che il vicedirettore del Consenso Civile fu vittima di numerose aggressioni in passato. Nemmeno che nel novembre scorso il responsabile del quotidiano Khimkinskaya Pravda, Mikhail Beketov, venne ferito gravemente e costretto a chiudere il suo giornale. Markelov, avvocato di Beketov, fu ucciso a gennaio nel centro di Mosca insieme alla giornalista Anastasia Baburova.
Nello stesso giorno dell’attacco contro Protazanov è avvenuta una pesante aggressione ai danni del famoso difensore dei diritti umani Lev Ponomariov.

Aumenta così a dismisura il numero di giornalisti e difensori dei diritti umani russi eliminati da un sistema- quello russo- sempre più despota e antidemocratico. Fatti come le continue intimidazioni a chi rappresenta nel paese una voce di opposizione e di critica, le chiusure forzate di testate indipendenti, i ricoveri coatti in cliniche psichiatriche di giornalisti scomodi sono ormai pericolosamente all’ordine del giorno, rappresentando una minaccia diretta al pensiero libero e indipendente. E mentre il Cremlino si scredita agli occhi del mondo, persone innocenti continuano a morire.

Anna Agliati